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Come coriandoli

Racconti senza logica

Serena Cappelli

Copyright - 2018 Serena Cappelli

Tutti i diritti riservati

sallyontheroof@gmail.com

A chi sbaglia e ci riprova

Sommario

Avvertenze

1. L’aspic

2. Mi oppongo, Vostro Onore!

3. e/o

4. Relatività

5. La prossima volta

6. Biagio n.45

Avvertenze

I primi cinque racconti sono apparsi nell’antologia La percezione equivoca. Il sesto è una bonus track.

1. L’aspic

«Mi racconti come è andata».

Come è andata? Ho sbroccato, tutto lì. Guardo il dottore; apprezzo davvero lo sforzo che sta facendo per riportarmi sulla retta via – quello dello strizzacervelli non deve essere un mestiere facile –, ma non posso impedirmi di pensare che sia comunque tutto inutile. Io ormai ho deciso.

«Eravamo a questa cena al nostro circolo» attacco, più che altro perché mi sembra maleducato non rispondere. «Una specie di Rotary per emozioni e sentimenti. Io ero lì, seduto tra la l’Ansia e la Timidezza, che – ne converrà – non sono le commensali più desiderabili. Ero perso nei miei pensieri; mi sentivo fuori posto, come al solito. Non a disagio, quello no. Distaccato, ecco, con quell’aria blasée che mi porto dietro da un po’ di tempo e che non fa certo aumentare la mia popolarità. La Rabbia, di fronte a me, stava raccontando una delle sue ultime esperienze, una storia banale di treni in ritardo e pendolari che litigano, e io ho cominciato a pensare alle mie, di esperienze recenti. E sa una cosa? Non ne avevo. O meglio, qualcuna sì, ma giusto un paio e non proprio dell’ultima ora. E la realtà, quella che forse non avevo voluto vedere fino a quel momento, mi è comparsa all’improvviso davanti agli occhi, nuda e spietata: io, il Rammarico, ero diventato inattuale. Sono diventato inattuale. Stantio. Ammuffito. Sono come l’Imbarazzo: un sentimento d’altri tempi, una zavorra di cui la società di oggi tenta in tutti i modi di liberarsi. Mentre contemplavo la mia miseria, il cervello deve essermi andato in corto circuito perché ho preso il bicchiere che il cameriere mi aveva appena rabboccato e ho lanciato il vino in faccia alla Rabbia. Non volevo farle male, solo zittirla, ma la situazione è piano piano degenerata: più mi dicevano di calmarmi, più davo in escandescenze. Alla fine ho ribaltato il tavolo, qualcuno ha chiamato la sicurezza ed eccomi qua. Il Furore avrà un bell’aneddoto da raccontare alla prossima cena del circolo».

Mi interrompo e guardo gli alberi fuori dalla finestra. A pensarci bene, questa casa di cura non è affatto male: c’è un bel parco, sono tutti gentili, si mangia bene, c’è il laboratorio di pittura al martedì pomeriggio. È una di quelle cliniche per chi perde la trebisonda e trova più comodo atteggiarsi a esaurito che fare un piccolo esame di coscienza, chiedere scusa e ripartire da capo. In parole povere, una clinica per ricchi annoiati. Io sarei andato volentieri un mese a Ibiza, per sparire un po’ dalla circolazione e dare modo a tutti di dimenticare lo spiacevole episodio, e forse, se l’avessi fatto, non avrei avuto tutto questo tempo per riflettere e prendere decisioni drastiche, ma tant’è. Il Mal d’Africa, che è un amico fraterno, negli ultimi anni ha fatto i soldi sfruttando la sua immagine sui social network e ha insistito per pagarmi il soggiorno qui. Un signore. Ti troverai bene, mi ha detto. Ho sentito che agli ospiti non fanno mancare nulla.

Ed è vero, perché abbiamo anche internet. Infatti una delle prime cose che ho fatto appena ricoverato è stata cercarmi su Google, la panacea per ogni crisi di identità:

rammàrico (poet. rammarco) s. m. [der. di rammaricare] (pl. -chi): sentimento di dispiacere, di afflizione, di dolore o rincrescimento (soprattutto per qualcosa che si sarebbe voluto, ma non si è potuto, fare o avere).

Afflizione. Rincrescimento. Sentimenti blandi da eroina della campagna inglese del tempo che fu.

«A cosa sta pensando?» La voce del dottore mi riporta alla realtà.

«A Elizabeth Bennet».

«È una sua amica?»

Una mia amica? Lo guardo, ma no, non mi sta prendendo in giro. Uno studia tanto e poi cade sulle banalità.

«Lasci stare, non è importante».

«Mi dica cosa è importante per lei, allora».

«Non lo so. Esserci. Far parte dello spirito del tempo» Ingoio Zeitgeist prima che mi chieda se è un centrocampista del Werder Brema. «Avere una canzone che parla di me, ad esempio. Anche mediocre, come Nostalgia canaglia o Felicità, non pretendo un capolavoro. O viaggiare sui mezzi pubblici, insieme alla Frustrazione e alla Speranza. Mi andrebbe bene persino essere un piatto. Sa che in un ristorante di Milano servono del sushi chiamato Saudade do Brasil? Il sushi è così contemporaneo, un bel colpo per la Saudade. Invece io non esisto sui menù. Eppure Rammarico sarebbe il nome perfetto per una zuppetta leggera post-abbuffata. Ma niente, io non conto più niente. Sono stato surclassato dal Rimpianto e dal Rimorso, nessuno vuole più i sentimenti intermedi. Le racconto l’ultimo episodio di cui sono stato protagonista. È successo proprio in un ristorante, quasi tre mesi fa. Tre mesi fa, si rende conto?» Mi accorgo che la mia voce è salita di un paio di ottave, tanto che potrei vestirmi di lamé e intonare Rammarico mio, se qualcuno avesse pensato di scriverla, senza timore di sfigurare. Mi ricompongo. «Insomma, c’era questa donna a cena con il suo compagno, una cosa romantica in uno di quei locali di Parigi dove una volta andavano gli intellettuali e adesso vanno i ricconi russi. Già questo… ma la faccio breve: lei ha ordinato un aspic e lui del foie gras. Foie gras inteso proprio come fegato intero, non come pâté. Ne vuoi un po’? ha chiesto lui. No, grazie, ha risposto lei. Sei sicura? Non è che poi ci ripensi e ti mangi le mani? Ma no, te lo lascio senza alcun rammarico, io ho l’aspic. Et voilà, io, il grande Rammarico, sono stato messo nella stessa frase di un aspic. Un aspic! Ci ho riflettuto. Lei non la vede come una metafora della vita? Vuoi essere foie gras, sei un aspic. Vuoi dare sensazioni forti, sei un surrogato tremolante che non sa di niente. Vuoi essere un classico che non tramonta mai, sei mesta gelatina che quasi nessuno considera più. Incolore, insapore, terribilmente rétro. Siamo onesti, dottore. Nessuno vuole essere un aspic, eppure io lo sono diventato. Sono stato oscurato dalle emozioni più decise. Quella donna mi ha aperto gli occhi, anche se me ne sono reso conto solo durante la famosa cena. E sa una cosa? Sono sollevato. Stare qui, poi, mi ha fatto riflettere. Ho preso la mia decisione. Io la ringrazio, voi siete tutti squisiti, ma è giunto il mio momento. Me ne vado».

«Dalla clinica?»

Decisamente questo dottore non è una cima. O forse è solo una strategia degli strizzacervelli, quella di fingere ottusità per far parlare i pazienti.

«Da questo mondo. Ho comprato un biglietto su internet prima di venire da lei. Sola andata, per il Paese dei Sentimenti Perduti. Raggiungo il Pudore e la Vergogna, che sono là da un pezzo».

Mi alzo prima che il dottore possa replicare, sempre che ne abbia la prontezza, faccio un piccolo inchino da attore consumato ed esco. Torno in camera, prendo il biglietto e la valigia, sereno e determinato. Il mondo ha già imparato a fare a meno di me e io lo lascio senza alcun rimpianto.

Rimpianto?

Merda, ci sono cascato anch’io.


2. Mi oppongo, Vostro Onore!

Signor Giudice,

signori della Giuria,

la truffa è un reato odioso, subdolo; si inganna un malcapitato e si marcia sulle sue sventure. Il mio assistito è stato accusato proprio di questo: di aver vilmente raggirato il signor Cortinovis Amedeo, incoraggiando un matrimonio che non andava incoraggiato.

Ma è davvero così che si sono svolti i fatti?

Io non credo, e vi dimostrerò che si tratta di un colossale errore giudiziario, un banale qui pro quo dovuto a un fraintendimento di cui il mio assistito non è in alcun modo responsabile.

Ripercorriamo insieme la vicenda.

Il 15 febbraio del 2004 il signor Cortinovis Amedeo, di Rota Imagna, convola a giuste nozze con l’allora signorina Bosio Adelina, di San Giovanni Bianco, dopo lungo pensare derivante dalla naturale ritrosia del signor Cortinovis, fervente sostenitore, fino a poco prima del matrimonio, del famoso canto popolare Piotost che tö na fomla a töe na achina – o Piuttosto che prendere una donna prendo una piccola vacca per i non bergamaschi.

Ed è proprio per questo, tra l’altro, che il signor Cortinovis ha il primo contatto con il mio assistito, nel lontano 1999: deciso a procurarsi una mucca ma incerto sulla razza, trova naturale rivolgersi al maggior esperto sulla piazza, considerato da tutti affidabile e degno di stima, che gli consiglia di lasciar perdere la capricciosa charolaise di Saint-Vincent-Bragny su cui ha messo gli occhi e di buttarsi invece su una placida bruna alpina di un noto allevatore di Branzi. Consiglio, questo, che si rivela non solo prezioso, ma addirittura fondamentale, perché se oggi il signor Cortinovis è uno dei maggiori produttori di latte di tutta la bergamasca, il merito è anche del mio assistito.

L’acquisto della bruna di Branzi, però, sebbene portatore di ricchezza materiale, non porta con sé anche la ricchezza emotiva promessa dal famoso canto popolare e il signor Cortinovis è costretto, dopo qualche anno, a capitolare: urge prender moglie.

Conosciuta l’allora signorina Bosio in una birreria di Zogno, se ne innamora, ma, da uomo avveduto e responsabile quale è, si chiede: «Sarà la donna giusta? Una cameriera non avrà troppi grilli per la testa? Non sarà meglio una servizievole moldava?»

Non trovando dentro di sé le risposte, si rivolge di nuovo al mio assistito, che, dopo attenta riflessione, dà parere favorevole.

Il matrimonio, però, non si rivela tutto rose e fiori e il 15 febbraio di quest’anno, giorno del decimo anniversario di nozze, la signora Cortinovis abbandona il tetto coniugale per intraprendere la carriera di modella Taglie Più.

Ora, l’Accusa ha tentato di dimostrare che il mio assistito, benedicendo l’unione, si è reso colpevole di truffa ai danni del signor Cortinovis, millantando una falsa esperienza nel campo e ledendo il diritto di un uomo perbene a un matrimonio felice. Ma le cose – signor Giudice e signori della Giuria – non sono andate in questo modo. Il mio assistito ha dato il suo benestare dopo scrupolosa valutazione della documentazione prodotta il 15 luglio 2004 dall’allora signorina Bosio, documentazione che è stata messa agli atti; la sua condotta irreprensibile non è contestabile. A essere contestabile è ben altro e adesso ve lo dimostrerò.

Episodio 1, Veneto, ottobre 2006. Durante un tour enogastronomico vinto dai coniugi Cortinovis a una lotteria di paese, la signora cede alla quinta tappa. Colta da malore, viene ricoverata d’urgenza all’ospedale San Bortolo di Vicenza, dove viene sottoposta a lavanda gastrica. Le analisi danno un risultato inaspettato: intolleranza alla polenta.

Episodio 2, Rota Imagna, agosto 2008. La signora Cortinovis Mariuccia, madre di Amedeo, ha un violento diverbio con la nuora. Oggetto del contendere: la vera ricetta della pasta alla Norma. La signora Mariuccia vorrebbe usare la ricotta infornata, ma la signora Adelina si incaponisce su quella salata. Per sedare gli animi, viene chiamata la sarta del paese, la signora Russo Concetta originaria di Sciacca, che pronuncia il suo verdetto: ricotta salata.

Episodio 3, Sharm el-Sheikh, giugno 2010. I coniugi Cortinovis vanno in Egitto per la loro prima vacanza al mare. La signora Adelina, davanti all’enorme distesa di acqua, ha un’improvvisa regressione e per un’ora si esprime soltanto tramite uehhh uehhh.

Questi episodi – signori – mi hanno spinto ad andare più a fondo. Erano solo banali coincidenze o c’era piuttosto un lato oscuro della signora Cortinovis di cui nessuno era a conoscenza? Le uniche persone che potevano dissipare i miei dubbi erano a San Giovanni Bianco e lì sono andato. Davanti a una tazza di tè al pino mugo, la signora Bosio Anna, nata Locatelli, mi ha confessato in lacrime di aver adottato la figlia Adelina ancora in fasce e di aver mantenuto il segreto, insieme al marito, per paura delle voci di paese.

Ecco quindi – signor Giudice e signori della Giuria – quello che nessuno, nemmeno il mio assistito, poteva sapere: la signora Cortinovis Adelina è in realtà figlia di una sedicenne di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. Messina – signori – non Bergamo.

È questo che ha compromesso il matrimonio ed è per questo che chiedo, per il mio assistito, l’assoluzione con formula piena e il reintegro immediato nell’albo dei proverbi. Il fatto non sussiste e la saggezza popolare non sbaglia mai: moglie e buoi devono essere dei paesi tuoi.

3. e/o

Dio mio.

Come era quella frase? Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri. O qualcosa del genere. E questi maiali lo sono. Più uguali degli altri. Uguali ugualissimi. Senza carattere. Senza personalità. Non come me, che sono un maiale colto e ben educato. Chissà cosa ci faccio qui… che sia una specie di corso di sopravvivenza? Andare nello spazio non è come andare al supermercato, ci vuole addestramento. Ci vuole disciplina. Stare in mezzo a questi trogloditi mi fortificherà. È stata davvero una fortuna incappare in quell’annuncio. Sembrava lì apposta per me.

Cerchiamo un verro per la parte di Mr Spock nel remake animalier di Star Trek. Requisiti: bella presenza, orecchie a punta, ottima cultura generale. Retribuzione adeguata. Inviare curriculum e foto a figura intera, specificando sulla busta la posizione di interesse. Astenersi perditempo.

Perditempo? Io di tempo non ne ho proprio perso. Quanto sarà passato da quando ho visto l’annuncio a quando ho scritto in bella grafia SPOCK sulla busta? Tre minuti? E solo perché si è inceppato il foglio del cv nella stampante.

L’occasione di una vita. È stata una combinazione di eventi da far paura. Erano mesi che non compravo un giornale. Merito di quella sensazione stranissima che ho avuto davanti all’edicola. Non mi era mai capitata una cosa del genere. Come un brivido. O una leggera scarica elettrica. Anche perché, se fosse stata pesante, addio Spock e benvenuta salamella. Vuole anche i peperoni? Qualche salsa? Che poi non ho mai creduto a questa cosa delle premonizioni. Tutte cazzate, dicevo. E invece… È come se una voce mi avesse detto Compra il giornale, la tua vita cambierà. Mi si è rizzata pure la coda. Da punto interrogativo a punto esclamativo.

La tua vita cambierà?

La tua vita cambierà!

Sì, la mia vita cambierà. Io, Ernesto De Pigghis, sarò nientepopodimeno che Spock. All’agenzia devo essere piaciuto parecchio, visto che mi hanno richiamato subito.

Pronto? Signor De Pigghis? Abbiamo ricevuto la sua candidatura. I clienti sono entusiasti di lei. È disposto a partire già domani per il Trentino? Ovviamente vitto e alloggio sono compresi.

Il Trentino. Che destinazione strana. Mi sarei aspettato qualcosa tipo il Marocco o Tenerife, per simulare pianeti sconosciuti. O il lago di Como, come in Guerre Stellari. Il Trentino sa più di Heidi che di Star Trek, ma forse è per farmi abituare all’aria rarefatta. Non capisco però tutti questi altri maiali. Saranno comparse. Probabilmente gli autori hanno in mente una mega produzione. Diventerò famosissimo! Devo cominciare a pensare a un nome d’arte. Ernesto De Pigghis è dignitoso ma per nulla evocativo. Suona anche un po’ troppo fighetto e non voglio giocarmi subito i favori del pubblico. Se mi dessero una compagna, potrei farmi chiamare Pork. Pork e Mindy. Ahahah. Un po’ prevedibile, ma divertente e facile da ricordare. Oppure Jean Porc. Jean nome e Porc cognome. Jean Porc qualcosa, anche. Tipo Jean-Paul Sartre. Jean-Porc Vac. No, non devo scadere nel volgare. Ci penserò con calma una volta che avrò capito come funziona qui dentro. Potrei cominciare a chiedere a uno di questi qui.

“Mi scusi… Buongiorno, io sono nuovo. Sa per caso quando arriva il regista? Io sono Spock, molto piacere.”

“Bel nome. I suoi genitori la odiavano o è per via delle orecchie? Cosa intende per regista? Vuole lamentarsi del cibo? Non è di qualità eccelsa, ma è abbondante e di questi tempi…”

Questo è scemo. Prendono proprio chiunque per fare la comparsa. Va beh, aspettiamo. Però qualcosa lo mangio volentieri. Mmmh, in effetti non è eccezionale, ma forse la produzione risparmia sui pasti per investire negli effetti speciali. E poi questi non sono attori importanti. Probabilmente a me porteranno dei piatti come si deve in camerino, visto che sono uno dei protagonisti. Ancora non ci credo. Spock!

Oh, ecco che arriva qualcuno. Ha dei fogli in mano. Sarà il copione? Copione è una parola che mi ha sempre fatto ridere. Mi fa pensare alla scuola e alle orecchie da asino. Adesso invece è la parola che mi cambierà la vita. Ah, le luci della ribalta. Gli autografi. L’Emmy. Il discorso commosso. Vorrei ringraziare la mia famiglia, tutti quelli che mi hanno sostenuto… No, troppo scontato. Devo trovare il modo di parlare della premonizione che ho avuto davanti all’edicola, per dare un tocco esotico.

«De Pigghis!»

Oh, ecco che mi chiamano.

«Buongiorno! Sì, sono io».

Ma perché mi toccano? E mi pesano? 158 chili. Sono sempre stato in ottima forma. Stanno annotando qualcosa sul mio curriculum, riconosco i fogli. Ah, che sciocco, prenderanno le misure per i costumi. Mi fanno cenno di seguirli. Mi porteranno in camerino. Chissà se avrò uno di quegli specchi con le lampadine intorno. Mi piacerebbe molto. Certo mi aspettavo un’accoglienza più calorosa, ma il mondo dello spettacolo è così, imprevedibile. Ecco una porta. Ci siamo. No, non è il camerino, ci sono degli altri maiali. Saranno Kirk, McCoy e gli altri. Spock! Dio mio, sono Spock. Spock! Quando l’ho scritto sulla busta per l’agenzia, ho sentito una vibrazione per ciascuna lettera. Una scarica di piacere. Una voce che mi guidava. Ero come in trance. Come se la penna andasse da sola.

S - Ernesto

P - la

O - tua

C - vita

K - cambierà

Mi sembra ancora di sentirla, quella sensazione.

Eccola lì, la busta, sottobraccio al sarto o a quello che è. Gli sta scivolando, mi sa. Caduta. Gliela raccolgo.

Che bella calligrafia che ho.

Ernesto De Pigghis

Posizione di interesse: SPECK

Speck?

Nooooooooooooooo.

4. Relatività

I miei capelli sono esplosi. Un’altra volta. Perché sono andata al parco con il cielo che minacciava pioggia sapendo di essere senza ombrello? Lo so io, perché. Perché mi piace guardare i bambini che giocano con le barchette. Non poteva piacermi, che so, il cinema indipendente, qualcosa che si fa al chiuso? No, a me dovevano piacere le barchette. Stupido romanticismo. E stupida pioggerellina fine. Non bagnerà più di tanto i vestiti, ma fa danni lo stesso.

E poi perché mi sono precipitata in bagno appena entrata qui dentro invece di godermi il caffè? Non potevo rimanere nell’ignoranza? Crogiolarmi nella vaga speranza che stavolta l’umidità non avesse sortito alcun effetto? No, dovevo per forza guardarmi allo specchio. Così adesso so. Adesso ho la certezza di essere un fungo atomico. Un cespuglio. Una pecora a cui hanno tosato tutto il pelo per poi accumularglielo a caso sulla testa. Fossi nata a Venezia, mi avrebbero venduto come souvenir segna-pioggia, un po’ diverso dalle solite statuine rosa e azzurre a forma di gondola, ma altrettanto efficace nel segnalare l’umidità dell’aria. Capelli lisci, sereno; capelli in affanno, pioggia in arrivo. Sarei carina seduta su un mobile; forse un po’ ingombrante, ma carina. Ovviamente solo nei giorni di sole, perché in quelli di pioggia carina proprio no.

Invece quella lì è bella sempre. La detesto; così, senza conoscerla. Detesto il suo sorbire il caffè con quell’aria sicura da capello liscio refrattario all’umidità. Sono quasi tentata di alzarmi e di andare a chiederle se si rende conto che il suo caschetto biondo è un insulto per noi donne dal capello un po’ crespo. Un po’. Tanto quanto l’Everest è un po’ alto. Ma no che non se ne rende conto, basta guardarla. E adesso che fa? Scuote pure la testa? Che grezza. Spero che le si rompa l’ombrello lontano da ogni possibile riparo. Tanto ha i capelli lisci, cosa importa qualche vestito bagnato. Stronza.

OK, forse sto esagerando. In fondo lei non ha nessuna colpa se Madre Natura ha sbagliato un po’ il tiro con me. Però, che cavolo, con tutti i tavoli che ci sono in questa caffetteria proprio qui accanto doveva mettersi? Signore e signori, ecco a voi il prima e il dopo la cura. Detesto essere il prima. Detesto i miei capelli. Non sono nemmeno riccia, il che giustificherebbe almeno in parte il fastidio del crespo. No, sono semplicemente una liscia uscita male. Difettata. Non dico da discount, ma da outlet tutta. Ha solo i capelli gonfi, per il resto funziona. Le facciamo il trenta per cento, la prende?

E pensare che ieri sera li ho anche stirati. Mi sono armata di piastra e via, ho curato con amore ogni ciocca perché oggi volevo essere impeccabile, volevo essere bella. E liscia. Ma al meteo non si comanda, accidenti. Stronzo. Pure lui, come la bionda.

Forse potrei mettere un foulard, fare la diva anni Cinquanta. Che ore sono? Le quattro e dieci. Potrei uscire a comprarne uno ed essere di ritorno per le quattro e mezzo, tanto lui è sempre in ritardo. Potrei fingere di essere Jacqueline Kennedy Onassis, nata Bouvier e morta icona; o Grace Kelly con il volante tra le mani sulle corniches in Caccia al ladro, anche se non sono certissima che avesse il foulard. Ma comunque avrebbe potuto e questo è l’importante. Certo, qui dentro sembrerei solo una cretina. O peggio una campagnola, altro che Costa Azzurra.

E in ogni caso adesso diluvia e io non ho l’ombrello. In fondo cosa saranno mai due capelli un po’ crespi? A lui piaccio per quella che sono, per come sono dentro. Magari non si accorgerà nemmeno che fuori sono un barboncino. O magari sì, e mi scambierà per il cane di questa bionda del cavolo, stronza, anche se lei è più una da chihuahua in borsetta. Stronza due volte. Scommetto che si chiama Lavinia. O Matilde. O uno di quei nomi lì da pettinatura ordinata. Stronza stronza stronza.

Basta, mi serve un diversivo. Potrei legarli, ma chissà se ho un elastico. E poi sono troppo corti per farli stare tutti in una coda. Uffa, perché non succede qualcosa qui nel locale, giusto per distogliere l’attenzione? Non so, la macchina del caffè che esplode; la cheesecake che prende vita, ringrazia tutti e se ne va; un’invasione di scarafaggi. No quella no, che schifo.

Va bene, vado in bagno a fare la coda. Ancora in bagno, penseranno che sono una cocainomane. O che ho la dissenteria. Scommetto che la bionda non ha mai la dissenteria. Non le verrà mai niente che possa turbare la sua piega perfetta, niente di sporco o impreciso, niente di volgare. Mi sta guardando. Sì, vado ancora in bagno. E allora? Non c’è mica una legge che lo vieta. Ma pensa te!

Oddio che capelli. È sempre peggio. Medusa in confronto ha un taglio alla garçonne. Potrei mettere la testa sotto l’acqua e fingere di essere arrivata quando stava diluviando. Ma poi i vestiti asciutti? Ah, ecco un elastico. Mmmh, non sto benissimo, ma piuttosto che la palla di sterpi in testa… Certo, tutti questi capelli più corti che escono… Sembrano una coroncina. Miss Crespissima 2015. Volevo dedicare la vittoria alle pubblicità ingannatrici dei prodotti liscianti che, fregandomi, mi hanno fortificata. E viva la pace nel mondo. Scommetto che la bionda lo direbbe, viva la pace nel mondo. Dovrebbero vietarle di circolare nei giorni di pioggia. Si chiama rispetto: come non si mette un bicchiere di vino davanti a un ex-alcolista, così non si mette un caschetto perfetto davanti a un’ex-liscia perfetta. Perché io, fino ai quattordici anni, ero liscissima. Quasi dimessa, senza volume. Il volume è arrivato dopo, tutto insieme, e non mi ha più lasciato. Va beh, meglio tornare di là.

Sì, ho fatto la coda. E allora? Se questa stronza non la smette di guardarmi, le dico qualcosa. Su bionda, raccatta le tue cianfrusaglie e vai a giocare con le pozze, là c’è la porta. Oh, eccolo che entra. Sorride. Mi piace quando sorride. Chissenefrega dei capelli, lui sorride a me. Per lui sono bella così come sono, non li vede neanche i miei capelli; nel suo sistema di riferimento scompaiono di fronte al resto, è semplice. Benedetta relatività.

«Ciao! Che acqua, accidenti. Sono fradicio. Aspetta, guardami… hai una caccola nell’occhio».

Molto bene. Ho una caccola nell’occhio. Maledetta relatività.

5. La prossima volta

Cartella: Bozze

Da: Odile Binet <odile.binet@orange.fr>

A: Guillaume Gourier <g.gourier@gmail.com>

Data: 2 ottobre 2014

Oggetto: Incontri

Chissà cosa mi ha spinto a venire a Roissy questa mattina. Ad appoggiarmi a questa colonna per osservare la gente che arriva, gli abbracci, i baci, le delusioni. C’è una donna che si regge a malapena in piedi. Chissà chi aspettava. Chissà chi non è arrivato. Sono brutti gli incontri disattesi. A me piacciono quelli in cui arrivano entrambi i protagonisti, come il nostro di ieri. Vorrei ripercorrerlo con te, per sentirne di nuovo il sapore.

Ciao. Ti va se andiamo nel solito posto?, sono state le prime parole che mi hai rivolto.

Sfrecciavamo per le vie di Parigi sul tuo scooter, ma non ci eravamo ancora parlati. Ci eravamo incontrati alla Gare Saint-Lazare, tu eri al telefono; mi hai preso la borsa, mi hai passato il casco, mi hai sorriso indicando il cavo degli auricolari e io, come al solito, ho capito quello che dovevo fare. Stare zitta. Così mi sono accomodata dietro, una leggera carezza sui fianchi e via, siamo partiti.

Certo che mi va, ti ho risposto. E ti ho stretto un po’.

Chissà quando abbiamo cominciato a chiamare quell’albergo a Clichy il solito posto. Non lo so. Quello che so è che lì dentro abbiamo trascorso tanti momenti felici, ore rubate alle nostre vite vere che però sono anche false. Lì dentro, spogliati dei nostri vestiti e delle nostre menzogne, abbiamo intrecciato i nostri corpi e i nostri pensieri, senza filtri e senza tabù.

Non siamo amanti, perché abbiamo deciso a tavolino di non definirci così.

Siamo amanti, perché ci amiamo.

Siamo amanti, perché siamo entrambi sposati. Con altri.

Quando siamo arrivati all’albergo, abbiamo sbrigato le solite formalità e ci siamo diretti verso la nostra camera.

Nostra, come lo sono state tutte le camere che ci hanno accolto.

Nostra, come non ne avremo mai una vera.

In ascensore ci siamo dati un bacio. Ridevamo, come facciamo spesso quando siamo insieme.

In camera abbiamo appoggiato i caschi e ci siamo tolti le giacche. Eravamo sudati; faceva caldo, ieri, a Parigi. Ci siamo baciati ancora, in piedi. Io sono andata a fare la doccia, tu hai risposto ad alcune mail. Quando sono tornata con addosso la biancheria di pizzo che compro solo per noi, tu eri in boxer. Eri bello. Sei bello. Sei andato in bagno e hai fatto la cacca, perché nella vita reale capita anche questo, non è tutto perfetto e asettico come nei film. Hai cercato di coprire i rumori e io, sdraiata sul letto, ho sorriso. Nonostante tutto è stato un momento intimo, quasi famigliare. Ho risposto a un paio di mail anch’io, finché sei arrivato tu, nudo e bagnato. Mi hai detto di avere freddo, io mi sono alzata e mi sono stretta a te. Ci siamo baciati un po’, poi tu sei tornato in bagno ad asciugarti; io ti ho seguito, incapace di staccarmi. Mentre guardavo la nostra immagine riflessa nello specchio, tu hai spento la luce e mi hai detto: Vieni, andiamo di là.

Ci siamo sdraiati piano, senza voracità. Ci mancavamo troppo per consumare tutto subito. Ci siamo accarezzati, sfiorati, massaggiati in punta di dita per ridisegnare i nostri corpi. La passione è esplosa poi: respiri, sospiri, noi. Finalmente noi. Di nuovo noi. Sesso pieno, sesso come un fiume, a volte placido, a volte travolgente. Sesso rotondo, affamato, scivoloso, salato, ma anche sesso dolce, lento, da gustare. Corpi intrecciati, sudati, innamorati. Mani libere, calde, infaticabili. Ci piace dare piacere e lasciare che l’altro veda il nostro, generosi ed egoisti allo stesso tempo. Come dovrebbe essere. Come è.

Quando tutto è finito, siamo rimasti abbracciati, in silenzio. Le parole sono venute solo dopo e ci siamo raccontati tante cose, abbiamo mangiato dei dolci, abbiamo riso. Ancora risate, sempre risate. Poi, di colpo, ti sei fatto serio.

Accarezzami, mi hai detto. Massaggiami un po’.

Ho preso la crema e ho cominciato a far scorrere le mani sulla tua schiena, sul tuo culo, nel tuo culo, sulle tue gambe. Mi piace farlo. Mi piace sentire sotto le dita la ruvidezza dei tuoi peli, la forza del tuo corpo, il profilo dei tuoi piedi. Ti ho fatto girare e ho ricominciato da capo. Ho guardato il tuo viso rilassato, gli occhi chiusi, e ho pensato che avrei voluto continuare all’infinito. Ma tu ti sei sollevato, mi hai preso per i fianchi e mi hai buttato sul letto, di schiena. Unto di crema, hai passato il tuo corpo sul mio, lentamente ma con decisione. Sai che mi fa impazzire.

Poi di nuovo la passione: bocche che respirano una nell’altra, mani che si muovono, corpi che bruciano, odori. I nostri odori. L’odore della pelle, l’odore del mio sesso, l’odore del tuo sesso.

L’odore dell’amore. Quell’odore che ogni giorno copriamo con profumi ma che alla fine emerge sempre, inesorabile; l’odore che riempie le nostre narici nelle camere d’albergo; l’odore a cui non siamo capaci di rinunciare.

Ma stavolta sarà diverso.

Ieri, infatti, ti ho avvelenato. Morirai oggi, se tutto va come previsto. Non so bene perché l’ho fatto. O forse sì. La verità è che sono stanca che la vita mi scivoli via. Sono stanca di amare a ore, in anonime camere d’albergo. Sono stanca che l’odore che ti porti addosso, il mio odore, si mischi qualche ora dopo a quello di un’altra donna. Sono stanca di aspettare la prossima volta.

Potevo mollare, ma non ci sono mai riuscita. Così ho lasciato che il veleno decidesse per me. Non è stato difficile: ho approfittato di una tua piccola distrazione verso la fine della cena. È buffo, dopo aver fatto l’amore andiamo sempre a mangiare insieme. I bisogni dello spirito e i bisogni del corpo. Ci nutriamo di amore e di piatti raffinati, accumuliamo calorie e sentimenti, facciamo scorta di momenti da ricordare e da rivivere fino alla prossima volta. Ancora la prossima volta. Sempre la prossima volta. Odio dover aspettare la prossima volta. Odio la separazione, il non poter dormire nello stesso letto, le colazioni che non facciamo.

Così la prossima volta non ci sarà. Tu morirai oggi; ti sentirai male e sarà impossibile salvarti. Scopriranno il veleno e risaliranno a me. Nessuno sa di noi, ma i nostri nomi sono lì, insieme, sui registri degli alberghi. Odile e Guillaume. Guillaume e Odile. Per noi non c’è mai stato altro spazio nel mondo; il nostro amore l’hanno conosciuto solo le tante lenzuola che ci hanno accolto.

Ma queste lenzuola parleranno e sarà facile arrivare a me. Troveranno un fagotto vuoto. Non ci saranno più camere per noi, solo veleno. Anche per me.

Mentre aspetto di morire, osservo gli altri e ti scrivo. Mi riempio gli occhi con i loro incontri, sapendo che di nostri non ce ne saranno più.

Per noi, solo veleno.

6. Biagio n.45

Bologna, 1968


Di nuovo nel sacco. Dio mio. Non ne posso più.

Se ripenso a come è iniziato tutto questo, mi viene una rabbia... fossi arrivato due minuti prima, quel giorno, adesso mi starei godendo il meritato successo. E invece ho fatto tardi. Non me lo perdonerò mai.

Colpa di una femmina, come al solito. Colpa della natura che chiama.

E si sa che quando la natura chiama, il gatto risponde. Non siamo mica fatti di cemento armato. Poi Fifì è proprio una bella micina, anche se ha quel nome ridicolo. Vive nei quartieri alti, con una ricca vedova che la riempie di trine e pizzi. Certo, se la vecchia sapesse che la sua adorata Fifì in realtà è una gran porca, schiatterebbe all’istante per lo choc, altro che nastrini.

Quel maledetto giorno Fifì era uscita in giardino e quando sono passato di lì per andare all'Antoniano e l’ho vista leccarsi le zampette, beh, non ho capito più niente. Avrei dovuto scegliere un percorso diverso, lo so – mi conosco –, ma sarebbe davvero cambiato qualcosa? Avrei incontrato Lulù o Gigi – pronunciato con la g alla francese e l’accento sulla i – o Cleopatra e mi sarei distratto lo stesso. Noi gatti di strada siamo molto ambiti. Cicatrici e mistero, ecco cosa vuole la femmina. E io, modestamente, di cicatrici ne ho in abbondanza.

Tutto questo successo nel rimorchio, però, alla fine mi ha portato solo guai perché io, all’Antoniano, mi sono presentato troppo tardi. Eh già, sono arrivato per quarantacinquesimo, quando di gatti ne cercavano quarantaquattro. Che sfortuna.

«Sono desolato» mi ha detto l’impresario, «ma l’ultimo posto è stato assegnato due minuti fa».

Due minuti! Esattamente i due minuti in cui mi sono fermato a fare qualche coccola a Fifì. Essere un gentilgatto a volte è uno svantaggio.

L’ho guardato bene, il quarantaquattresimo arrivato: un cosino macilento che sembrava reduce da una tromba d'aria. Va beh, almeno poi avrà avuto di che sfamarsi, poveretto. Non sono un insensibile, ma mi rode. Accidenti, se mi rode. Che figurone avrei fatto io – Biagio il randagio – con la coda dritta dritta e i baffi allineati? Certo, a stare sempre in fila per sei col resto di due dopo un po’ subentra la routine, ma non sarebbe comunque peggio di quello che faccio adesso. Anzi, avrei un pasto al giorno e all’occasione potrei dormire sulle poltrone. E invece no, sono arrivato al provino troppo tardi; nessuno si è ritirato, nessuno è morto all'improvviso. Nemmeno il ventisei, che sembrava Matusalemme.

Mea culpa.

E di Fifì.

Ero così deluso che quando l’impresario mi ha parlato di nuovo e mi ha fatto la proposta, ho detto sì senza riflettere. Debolezza. Ambizione. Vanità. Tanta vanità. Ho sempre desiderato emergere, fin da gattino; ho sempre pensato di essere destinato a grandi cose.

«Senti» mi ha detto, «stiamo cercando qualcuno per svecchiare un proverbio, una storia che non tira più. Guarda fuori, siamo nel 1968, diamine! Ci sono le proteste, gli scontri, gli studenti si ribellano, Jimi Hendrix ha fatto quel casino a Stoccolma ed è stato arrestato… insomma, il mondo sta cambiando e noi? Noi dobbiamo cambiare con lui! Hai presente Non dire quattro se non ce l’hai nel sacco? Ne conosci l’origine? No? Quel quattro è il numero di pani che un panettiere aveva promesso di dare a fine giornata a un monaco che chiedeva l'elemosina. Solo che questo monaco, invece di starsene zitto e buono, ha cominciato a gridare "Quanto è bravo questo panettiere! Quanto è generoso! Avrò quattro pani!", facendo un tal baccano che un cane è arrivato lì e ne ha rubato uno, così nel sacco ne sono finiti solo tre. Una storiella istruttiva, per carità, ma un po' fuori dal tempo. Ti pare che noi – nel 1968 – possiamo star qui a parlare di pani e monaci mentre fuori si discute di Vietnam? Rinnovarsi, ecco quello che bisogna fare. Perciò senti qua: ti va di essere il nuovo protagonista? Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Suona bene, non trovi? Sì, lo so che non ha molto senso, ma qui sono tutti occupati a mettere fiori nei loro cannoni, chi vuoi che si preoccupi del senso? Se una cosa è bella, è bella. Punto. Affare fatto?»

L’impresario mi stava proponendo un ruolo da protagonista assoluto, senza altri quarantatré gatti di mezzo, e io non ho saputo rifiutare. Non ho potuto rifiutare. Ho persino avuto un moto di tenerezza nei confronti di Fifì – in fondo era anche merito suo se ero arrivato per quarantacinquesimo – e mi sono ripromesso di rubare un po’ di pesce per lei alla Piazzola. L’impresario mi ha fatto firmare un contratto la sera stessa e il mattino dopo ho preso servizio.

E lì è cominciato il mio incubo.

Tutti a cercare di mettermi nel sacco. Ogni giorno. Ogni santo giorno. Una vita senza orari, senza certezze. Entra di qua, scappa di là. Un attimo sei dentro, l’attimo dopo sei fuori. Paragonato a me, persino il gatto di Schrödinger conduce un’esistenza tranquilla, chiuso per bene nella sua scatola.

La beffa è stata quando, un paio di settimane dopo, i quarantaquattro gatti hanno vinto lo Zecchino d’Oro. Premi e gloria per loro, sconforto e fastidio per me.

Maledetta Fifì.

Come se non bastasse, ho cominciato a somatizzare: capogiri, mal di testa, pelo arruffato… questa vita mi sta uccidendo.

Speriamo nelle altre sei.





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